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Santo e Grande Venerdì - S. Pafnuzio ieromartire. S. Giovanni Paleolaurita.

VESPRO

Trasmutava per il timore tutto il creato, vedendo te, o Cristo, appeso alla croce: il sole si oscurava, e si scuotevano le fondamenta della terra, l’universo soffriva insieme a colui che l’universo aveva creato. O tu che volontariamente per noi hai sofferto, o Signore, gloria a te. Perché medita cose vane˚ il popolo empio e iniquo? Perché ha condannato a morte la vita di tutti? O grande prodigio! Il Creatore del mondo è consegnato nelle mani degli iniqui, l’amico degli uomini è innalzato sul legno per liberare i prigionieri dell’ade che acclamano: O longanime Signore, gloria a te!

Oggi la Vergine immacolata, vedendoti innalzato sulla croce, o Verbo, soffrendo nelle sue viscere materne, era crudelmente trafitta al cuore, e gemendo penosamente dal profondo dell’anima, era tormentata dalle doglie che non aveva sofferto nel parto, e dolorosamente gridava tra molte lacrime: Ahimè, Figlio divino! Ahimè, luce del mondo! Perché sei tramontanto ai miei occhi, o agnello di Dio? Perciò le schiere degli incorporei, prese da tremore dicevano: Incomprensibile Signore, gloria a te.

Vedendoti, o Cristo, appeso al legno, te, Dio e Creatore di tutte le cose, colei che senza seme ti ha generato amaramente esclamava: Figlio mio, dove è tramontata la bellezza della tua figura?˚ Non posso vederti ingiustamente crocifisso! Affréttati, dunque, risorgi, perché anch’io veda la tua risurrezione dai morti il terzo giorno.          

Oggi il Sovrano del creato compare davanti a Pilato, è dato alla croce il Creatore di tutte le cose, condotto come un agnello, per suo proprio volere. È confitto con chiodi, ha il fianco trafitto, accosta le labbra a una spugna: lui che ha fatto piovere la manna; è colpito da schiaffi sulle guance il Redentore del mondo; è schernito dai propri servi colui che tutti ha plasmato. Oh, l’amore del Sovrano per gli uomini! Per i suoi crocifissori invoca il proprio Padre, dicendo: Perdona loro questo peccato, perché non sanno questi iniqui il male che fanno.     

Gloria. Ton

Oh! Come ha potuto l’iniqua sinagoga condannare a morte il Re del creato? Come non arrossiva dei benefici che egli le confermava ricordandoli e dicendo: Popolo mio, che mai ti ho fatto? Non ho riempito di prodigi la Giudea? Non ho risuscitato i morti con la sola parola? Non ho guarito ogni dolore e malattia? Come dunque mi ricambiate voi? Perché mi avete dimenticato? In cambio di guarigioni mi coprite di piaghe, in cambio della vita mi mettete a morte, appendendo al legno come malfattore il benefattore, come dissolvitore della Legge il legislatore, come un condannato il Re di tutti. O longanime Signore, gloria a te!

Ora e sempre.

Oggi vediamo compiersi un tremendo e straordinario mistero: l’intangibile è catturato, viene legato colui che scioglie Adamo dalla maledizione; è iniquamente interrogato colui che scruta cuori e reni; è rinchiuso in una prigione colui che ha chiuso l’abisso; compare davanti a Pilato colui davanti al quale si tengono con tremore le potenze dei cieli; il Creatore è schiaffeggiato dalla mano della creatura; è condannato alla croce il Giudice dei vivi e dei morti; è deposto in una tomba il distruttore dell’ade. O tu che per compassione tutto sopporti, e tutti salvi dalla maledizione, o paziente Signore, gloria a te.        

 

Stichirá prosómia

Quando dal legno Giuseppe d’Arimatea depose morto te, la vita di tutti, allora, o Cristo, egli ti avvolse con mirra in un lenzuolo: l’amore lo spingeva a baciare, con cuore e labbra, il tuo corpo immacolato; ma trattenendosi per il timore, con gioia a te gridava: Gloria alla tua condiscendenza, o amico degli uomini.         

Quando nel sepolcro nuovo fosti deposto per tutto l’universo, o Redentore dell’universo, sbigottí al vederti l’ade schernito; si spezzarono le sue sbarre, furono infrante le sue porte, si aprirono i sepolcri, risuscitarono i morti. Allora Adamo pieno di gratitudine, con gioia a te gridava: Gloria alla tua condiscendenza, o amico degli uomini.  

Quando nella tua carne, volontariamente, fosti rinchiuso in una tomba, rimanendo incircoscrivibile e infinito per la natura della tua divinità, allora sbarrasti le stanze segrete della morte, e svuotasti, o Cristo, tutti i regni dell’ade. Allora hai fatto degno anche questo sabato di benedizione divina e di gloria, e del tuo splendore.

Quando le potenze celesti, o Cristo, ti videro calunniato da iniqui come seduttore, e la pietra del sepolcro sigillata dalle mani che avevano trafitto il tuo fianco immacolato, fremettero di fronte alla tua ineffabile longanimità. Ma godendo per la nostra salvezza, a te acclamavano: Gloria alla tua condiscendenza, o amico degli uomini.  

Gloria. Ora e sempre.

Giuseppe insieme a Nicodemo depose dal legno te, che ti avvolgi di luce come di un manto; e contemplandoti morto, nudo, insepolto, iniziò il lamento pieno di compassione, e dolente diceva: Ahimè, Gesú dolcissimo! Poco prima il sole, vedendoti pendere dalla croce, si ammantava di tenebra; la terra si agitava per il timore, si lacerava il velo del tempio; ma ecco, io ora ti vedo per me volontariamente disceso nella morte. Come potrò seppellirti, Dio mio? Come ti avvolgerò in una sindone? Con quali mani toccherò il tuo corpo immacolato? O quali canti potrò mai intonare per il tuo esodo, o pietoso?˚ Magnifico i tuoi patimenti, inneggio alla tua sepoltura insieme alla tua risurrezione, acclamando: Signore, gloria a te. 

 

Apolytíkia.

Il nobile Giuseppe, calato dal legno il tuo corpo imma­colato, lo avvolse in una sindone pura con aromi, e prestandoti le ultime cure, lo depose in un sepolcro nuovo.

Stando presso il sepolcro, l’angelo gridava alle donne miròfore: Gli unguenti profumati sono per i morti, ma il Cristo si è mostrato estraneo alla corru­zione.

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Facciata della chiesa greca

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